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Giu 02 2016

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La Sottile Arte dello Sbattersene il Cazzo

Questa è una traduzione autorizzata di un articolo scritto da Mark Manson che puoi trovare qui.

 

Nella mia vita mi sono preoccupato di molte persone e molte cose. Allo stesso tempo me ne sono fregato di molte persone e molte cose; e lo sbattermene di quelle cose ha fatto la differenza.

Spesso la gente dice che nella vita la chiave per l’autostima e il successo sia semplicemente il “non fregarsene un cazzo”. Infatti, spesso ci riferiamo alle persone più forti e ammirevoli che conosciamo in base a quanto se ne sbattono il cazzo.

Ad esempio: “Hey, guarda Susy che lavora ancora nel fine settimana, non gliene frega un cazzo” oppure “Hai sentito che Tom ha dato dello stronzo al presidente della compagnia e nonostante ciò sia riuscito ad avere un aumento? Porca troia! A quel ragazzo non glie ne fotte una minchia!”, o ancora “Jason è uscito con Cindy e l’ha mollata dopo 20 minuti. Ha detto che non ne voleva più sapere di sentire le sue stronzate. Cavolo, quel ragazzo se ne sbatte le palle”.

Sarà capitato a tutti di conoscere qualcuno che in un modo o nell’altro, se n’è sbattuto altamente ed è riuscito a raggiungere risultati straordinari. Forse c’è stato un momento nella tua vita in cui fregandotene hai avuto molto successo in qualcosa. A me è capitato: il fatto di essermi licenziato dopo sole sei settimane dal mio lavoro nelle finanze dicendo al mio capo che avrei iniziato a vendere online consigli per rimorchiare, si piazza in alto nella mia classifica del “non me n’è fregato un cazzo”. Allo stesso modo, quando ho deciso di vendere quasi tutti i miei averi e trasferirmi in Sud America. Quanto me n’è importato? Un cazzo! Sono andato e l’ho fatto. Jim

Ora, mentre il non fregarsene un cazzo potrebbe sembrare semplice a primo acchito, è un intero sacchetto di burritos sotto il cappuccio. Io non so nemmeno che cosa significhi quella frase ma non me ne frega un cazzo. Un sacchetto di burritos sembra ottimo quindi prendiamola così com’è.

Il punto è, molti di noi fanno fatica nella vita proprio perché si preoccupano troppo in situazioni in cui dovrebbero sbattersene le palle. Ci preoccupiamo del cassiere cafone all’autogrill che ci ha dato troppi centesimi, ci preoccupiamo quando uno show televisivo che ci piaceva viene cancellato, ci preoccupiamo quando il nostro collega non si preoccupa di chiederci com’è andato il nostro strepitoso fine settimana. Ci preoccupiamo quando piove e dovevamo andare a correre di mattina.

Preoccupazioni ovunque. Sparse come fottuti semi in primavera, e a che scopo? Per quale ragione? Per comodità? Forse per una fottuta pacca sulla spalla?

Questo è il problema amico mio.

Perché quando ce ne frega troppo, quando scegliamo di preoccuparci riguardo ogni cosa, allora ci sentiamo costantemente in diritto di sentirci appagati e felici in ogni istante, ed è proprio quello il momento in cui la vita ce lo mette nel culo.

Infatti, l’abilità di riservare le nostre preoccupazioni solo per le situazioni per le quali valga veramente la pena, rende la vita dannatamente più semplice. Fallire risulterebbe meno terrificante, il rifiuto sarebbe meno doloroso. Renderebbe le spiacevoli necessità più piacevoli ed i disgustosi panini alla merda sarebbero più piacevoli da mandar giù. Voglio dire, se solo potessimo preoccuparci di meno ed in maniera più consapevole, allora la vita sembrerebbe fottutamente più facile.

Quello che non capiamo è che esiste una sottile arte dello sbattersene il cazzo. Le persone menefreghiste non nascono già così. In realtà nasciamo preoccupandoci di troppe cose. Hai mai visto un bambino scoppiare in lacrime solamente perché il suo cappellino non è della sfumatura di blu giusta? Esattamente. Fanculo quel ragazzino.

Sviluppare l’abilità di controllare e gestire le cose di cui ci importa è l’essenza della forza e dell’integrità. Dobbiamo smussare la nostra abilità di sbattitori di palle nel corso degli anni e dei decenni. Come un buon vino, le nostre preoccupazioni devono diventare d’annata, stappate ed offerte solo nelle fottute occasioni speciali.

Questo potrebbe sembrare facile ma non lo è. La maggior parte di noi, per la maggior parte del tempo, viene risucchiata dalle frivolezze quotidiane, schiacciata dai suoi futili drammi. Viviamo e moriamo mentre le futilità e le distrazioni succhiano per tutto il tempo le nostre incazzature, proprio come Sasha Grey nel bel mezzo di una gangbang.

Non c’è modo di sopravvivere! Quindi smettila di preoccupartene, raccogli le tue fottute preoccupazioni e ora, lascia che ti spieghi.

 

 

Consiglio #1: Sbattersene il cazzo non significa essere
indifferenti, ma essere a proprio agio pur essendo
differenti.


Quando la maggior parte delle persone pensa a come sarebbe fregarsene del tutto, immagina un tipo di perfetta e serena indifferenza ad ogni cosa, una calma che attenua tutte le tempeste.

Questo è sbagliato, non c’è niente di ammirevole o di coraggioso nell’indifferenza. Coloro che sono indifferenti sono deboli e impauriti. Sono pantofolai che passano la vita sul divano e troll di internet.

Nei fatti, le persone indifferenti spesso provano ad essere indifferenti perché in realtà sono i primi a preoccuparsi troppo. Sono spaventati dal mondo e dalle ripercussioni delle loro scelte, quindi non fanno alcuna scelta. Si nascondono in una grigia caverna priva di emozioni che hanno costruito per se stessi, egocentrica e auto commiserevole, distraendosi costantemente da questa sfortunata cosa succhia tempo ed energie chiamata vita.




Di recente mia madre è stata tagliata fuori da un grosso gruzzolo di soldi da parte di un suo caro amico. Se fossi stato indifferente avrei scrollato le spalle, preparato un caffè e scaricato un altra stagione di The Wire. Mi spiace mamma.

Ma piuttosto, mi sono indignato, ero su tutte le furie. Ho detto: “No mamma! Che si fotta! Andremo da un cazzo di avvocato e faremo il culo a quello stronzo. Perché? Perché non me ne frega un cazzo, rovinerò la vita di quel tizio se necessario”.

Questo mostra il primo consiglio sul non fregarsene. Quando diciamo: “Cacchio, attenzione, Mark Manson se ne strafrega”, non si intende dire che a Mark Manson non importi di nulla, al contrario, ciò che si intende è che a Mark Manson non gli importa delle avversità che si interpongono tra lui e i suoi obbiettivi, non gli importa pestare i piedi a qualcuno per fare ciò che crede sia giusto, importante o nobile.

Quello che intendiamo è che Mark Manson è il tipo di ragazzo che scriverebbe di se in terza persona e userebbe la parola “cazzo” in un articolo per ben  venti volte solo perché pensava che fosse la cosa giusta da fare. Semplicemente, non gliene frega un cazzo.

È questo ad essere così ammirevole.

No, non me, idiota! Il superare le avversità [OVERCOMING].

Il fissare il fallimento dritto negli occhi e mostrargli il dito medio. Le persone che se ne fottono delle avversità, dei fallimenti, di mettere se stesse in imbarazzo o di aver pisciato il letto qualche volta. Le persone che semplicemente ridono e poi lo fanno comunque perché sanno che è giusto; sanno che è più importante di loro stessi, dei loro sentimenti, del loro orgoglio e dei loro bisogni.

Queste persone dicono “Fanculo” non a tutto nella vita, ma piuttosto dicono “Fanculo” a tutte le cose futili della vita. Riservano i loro incazzamenti per ciò che conta veramente: Amici; Famiglia; Uno scopo; Dei burritos… E all’occasione una causa legale o due. Per questa ragione, visto che riservano i propri incazzamenti solo per le cose grosse, le cose importanti, in cambio la gente si interessa di loro.

 

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Consiglio #2: Per fotternese delle avversità, bisogna prima di tutto fottersene di qualcosa di più importante delle avversità.


Eric Hoffer una volta ha scritto: “Un uomo è portato ad interessarsi agli affari propri quando vale la pena interessarsene. Quando non è così, egli sposta la sua attenzione dai propri affari alle preoccupazioni delle altre persone.”

Il problema delle persone che danno via le loro preoccupazioni come fossero dei gelati ad un dannato campo estivo è che non hanno un cazzo di meglio a cui dedicarsi.

Pensaci per un attimo. Sei al supermercato e c’è una vecchietta che sta gridando al cassiere, imprecandogli contro perché non accetta un buono sconto da 30 centesimi. Perché si preoccupa tanto la signora? Sono solo 30 centesimi.

Beh, lascia che ti dica io il perché. Quell’anziana signora probabilmente non ha niente di meglio da fare nelle sue giornate che stare seduta a casa ritagliando i buoni sconto tutta la mattina. È vecchia e sola, i suoi figli sono delle teste di cazzo e non vanno mai a trovarla, non ha fatto sesso negli ultimi trent’anni, la sua pensione è agli sgoccioli e probabilmente morirà con addosso un pannolone pensando di essere nel paese delle meraviglie. Non può nemmeno scoreggiare senza provare un forte mal di schiena; non può nemmeno guardare la tv per più di quindici minuti senza addormentarsi o dimenticarsi la trama centrale.

Quindi ritaglia i buoni sconto che sono tutto ciò che ha. Ci sono lei e i suoi dannati buoni sconto. Tutta la giornata, tutti i giorni. È tutto ciò di cui può fregarsi perché non c’è nient’altro di cui fregarsene. E così quando il bimbominchia del cassiere diciassettenne rifiuta di accettare uno dei buoni, quando difende la purezza del suo registro di cassa nel modo in cui i cavalieri difendevano la verginità delle dame, puoi ben scommetterci che la vecchia esploda e decida di spaccargli verbalmente quella faccia di cazzo che si ritrova.

Ottanta anni di preoccupazioni pioveranno giù tutti assieme come un impetuosa grandinata di storie che cominciano con “Ai miei tempi” e “Prima la gente mostrava più rispetto”, annoiando il mondo con la sua debole e stridente voce fino a fargli venir voglia di piangere.

Se ti rendi conto di essere costantemente preoccupato per stronzate irrilevanti, ad esempio la nuova foto del profilo di Facebook della tua ex; quanto ci impiegano a scaricarsi le batterie del telecomando; lasciarsi sfuggire lo sconto del 2×1 sul sapone per le mani ecc… È molto probabile che tu non abbia molte cose nella vita a cui indirizzare le tue preoccupazioni. E questo è il tuo vero problema, non il sapone per le mani.

Gliene importa molto più del dovuto.


Nella vita, le nostre preoccupazioni devono essere spese per qualcosa. In realtà non esiste niente di simile al fregarsene il cazzo. Il punto è semplicemente come ognuno di noi decide di dedicare le proprie preoccupazioni. Ci sono solo un numero limitato di cazzi di cui preoccuparsi durante la tua vita, quindi fai meglio a spenderli con cura. Mio padre era solito dire “I cazzi non crescono sugli alberi, Mark!”. OK, in realtà non l’ha mai detto, ma fanculo, vorrei che lo avesse fatto. Il punto è che le preoccupazioni devono essere guadagnate e investite con cura. L’interessamento è coltivato come un bel giardino del cazzo, dove se mandi tutto a puttane e l’interessamento va a farsi fottere, allora hai mandato completamente a farsi fottere tutto il tuo interesse.




Consiglio #3: Abbiamo tutti un numero limitato di cazzi di cui preoccuparci, fa attenzione a dove e a chi li riservi.


Quando siamo giovani abbiamo un sacco di energia, tutto è nuovo ed entusiasmante e ogni cosa sembra essere molto importante. Per cui riversiamo un sacco di incazzature. Ci preoccupiamo di tutto e di tutti. Di quello che le persone dicono di noi, se quel ragazzo/a ci ha richiamato, se il colore dei calzini che indossiamo è uguale o di che colore è il nostro palloncino di compleanno.

Più  invecchiamo, più acquisiamo esperienza e cominciamo a notare che la maggior parte di queste cose hanno un impatto irrisorio sulle nostre vite. Le opinioni di quelle persone che prima ci interessavano così tanto, sono da tempo state rimosse dalle nostre vite. Abbiamo trovato l’amore di cui avevamo bisogno e quindi quegli imbarazzanti rifiuti romantici cessano di essere importanti. Ci rendiamo conto di quanta poca attenzione presti la gente sui nostri dettagli superficiali e ci concentriamo su fare cose più per noi stessi piuttosto che per gli altri.

Bunk Moreland, se ne sbatte le palle dal 2002.


In sostanza, diventiamo più selettivi riguardo ai cazzi per cui siamo disposti a preoccuparci. Questa è una cosa chiamata “maturità”. Non è male, dovreste provarla qualche volta. La maturità è ciò che avviene quando uno impara a preoccuparsi solo di ciò che valga veramente la pena. Come dice Bunk Moreland in The Wire (che tra l’altro, fottetevi, l’ho scaricato) mentre si rivolge al suo partner, il detective McNulthy: “Questo è quello che ti meriti per preoccuparti di cazzi che non erano i tuoi”.

Poi col passare degli anni, entrando nella mezza età, qualcosa comincia a cambiare. Il nostro livello di energia diminuisce, le nostre identità si solidificano. Sappiamo chi siamo e non abbiamo più il desiderio di cambiare ciò che sembra essere inevitabile nelle nostre vite.

E in modo strano, questo è liberatorio. Non sentiamo più il bisogno di preoccuparci di tutto, la vita è quella che è. La accettiamo, comprese le verruche e tutto il resto. Ci rendiamo conto che non cureremo mai il cancro o che non andremo mai sulla Luna o che non palparemo mai le tette di Jennifer Aniston, e va bene così. La cazzo di vita continua. Ora dedichiamo i nostri cazzi continuamente in declino solo per le cose della nostra vita per cui ne valga la fottuta pena: la famiglia, i migliori amici, il nostro swing del golf… E per nostro stupore: questo è sufficiente. Questa semplificazione in realtà ci rende fottutamente felici.

 

guardalavastitdelcazzochemenefrega


Poi un giorno, in qualche modo, parecchio dopo, ci svegliamo e siamo vecchi; e assieme alle nostre gengive ed al nostro desiderio sessuale, la nostra abilità di sbattercene le palle ha raggiunto il punto di non esistenza. Alla fine dei nostri giorni portiamo a termine un esistenza paradossale in cui non abbiamo più le energie necessarie per preoccuparci delle cose importanti della vita e invece dobbiamo dedicare quei pochi cazzi rimasti per quei semplici e banali eppur difficili aspetti della nostra vita: dove andare a pranzo, appuntamenti dal dottore per le articolazioni che ci scricchiolano, i 30 centesimi di sconto al supermercato, e guidare senza appisolarsi uccidendo un intero spiazzale pieno di orfani.
Sai cosa intendo, cose pratiche.

Ed un giorno, sul nostro letto di morte (si spera) circondati dalle persone a cui abbiamo dedicato i nostri cazzi per tutta la vita e da quei pochi di cui ancora gliene frega qualcosa di noi, con un ultimo respiro, lasciamo gentilmente andare l’ultimo dei nostri cazzi. Tra le lacrime ed i battiti del nostro cuore sullo schermo che spariscono a poco a poco e la fluorescente luce di un ospedale che ci avvolge col suo alone divino, andiamo in un posto sconosciuto dove non ci sono più cazzi di cui preoccuparsi.

 

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